Parlarne come una semplice bevanda sarebbe imperdonabile. Il vino è uno dei prodotti umani e naturali indubbiamente più antichi e tuttora misteriosi. Secondo molti risale a prima del 4.000 a. C., ma nel corso dei secoli ha continuato ad arricchirsi di significati forti e coinvolgenti, accompagnando la storia dell’umanità. Questo aspetto “sacrale” emerge ancora prepotentemente ogni volta che viene stappata una bottiglia, quando si percepisce quello strano e rispettoso piccolo momento di silenzio, di attesa e di emozione.
A parlarne, durante il webinar “La sacralità del vino. Dall’alimento alla convivialità” nell’ambito dell’evento digitale Il futuro che ci aspetta, sono stati due ospiti con percorsi professionali molto differenti, che hanno proposto, insieme, un approccio originale al grande tema del vino. “Il vino è storia, cultura, sacralità. Studiare la lingua della cultura gastronomica – spiega Giovanna Frosini, docente di storia della lingua italiana e Accademica della Crusca – significa anche comprendere il senso della tradizione, della quotidianità e dell’evoluzione della società. Il vino è ampiamente citato nei testi sacri e i pittori di ogni epoca lo hanno inserito in molti capolavori, perché fa parte della vita”. E poi, un esempio: “Il primo documento relaivo alla costruzione della cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze è datato 7 agosto 1420 e nell’elenco del cibo preparato per la colazione degli operai si parla esplicitamente di un barile di vino vermiglio, cui si aggiunge un fiasco di Trebbiano, probabilmente riservato proprio al Brunelleschi. L’amministrazione era curatissima, si registravano tutte le spese e cibo e vino erano sempre indicati”. Anche il concetto di realizzare un vino nuovo con radici antiche fa parte dell’identità italiana: “È il rapporto tra tradizione e innovazione. Il trebbiano, il vino greco e molti altri – nota ancora la professoressa Frosini – esistevano già in passato, lo stesso Dante cita nel Purgatorio la vernaccia insieme alle anguille di Bolsena, che oggi sono riconosciute Presidio Slow Food”.
Storie legate ai vini e storie di vini che hanno saputo accompagnare (o addirittura anticipare) i cambiamenti sociali. Il Pinot Grigio Santa Margherita ne è uno dei massimi esempi italiani, nato con la vendemmia del 1960 da un’intuizione del conte Gaetano Marzotto, che decise di creare un vino “diverso”, pensato non come alimento ma come compagno di convivialità e di piacevolezza. “Un’idea completamente all’avanguardia – racconta Beniamino Garofalo, AD di Santa Margherita Gruppo Vinicolo – perché aveva pensato come noi pensiamo oggi, guardando con interesse e attenzione al consumatore. Per questo ha cercato la zona più vocata (la Valle dell’Adige) e ha iniziato, per primo, a vinificare in bianco le uve rosate del Pinot Grigio. E’ stata una rivoluzione, con un vino diverso, nuovo, conviviale, che si è avvicinato al palato e al gusto moderno che stava per emergere. Quando, successivamente, fu incoronato miglior vino bianco italiano durante una degustazione alla cieca, il nostro Pinot Grigio si affacciò con enorme successo al mercato internazionale. Oggi è il vino bianco italiano più ricercato negli Stati Uniti”. Una storia significativa di imprenditoria italiana: ”Il nostro fondatore è stato un pioniere perché ha guardato al futuro, anticipando i tempi. Fare vino è complicato ed a volte è importante essere dei visionari…”

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