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Da Bartolini a Crippa, l’alta cucina sceglie l’arte di Lunardon

Le vecchie architetture lo hanno sempre affascinato. Per questo quando, nel ’96, Massimo Lunardon, maestro e artista del vetro, alla ricerca di un più ampio studio scova quel pezzo di archeologia industriale adagiato su un colle vicentino, lo prende all’istante. «È un edificio di fine Ottocento. Era una cooperativa casearia. Quando sono entrato c’erano ancora seicento forme di grana impilate fino al soffitto e, da basso, i vasconi per la salatura». A parte le ampie dimensioni, a farlo decidere sono stati i finestroni (che ha allargato ulteriormente) da cui entra luce a volontà. «Quello», indica la pianura, «è il castello di Marostica. Quando è limpido arrivi al campanile di San Marco e alla torre di Burano. Ogni giorno, vedo il passare delle stagioni: la neve, le tem peste, la grandine, il sole».

Luce, paesaggio, natura: quali migliori e più autentiche ispirazioni, per uno che nel fuoco e nell’aria ha i suoi più stretti collaboratori? «Nelle mie creazioni», conferma, «rifaccio semplicemente quello che mi sta attorno». Con il fuoco Massimo ci «scherza» professionalmente («quando faccio una cosa devo prima di tutto divertirmi») da trent’anni e più. Il suo curriculum è il classico di chi trova nel fare le risposte che i libri non gli danno. «Avevo la terza media, per fortuna non ho fatto l’artistico. Ho imparato il lavoro e a ventiquattro anni mi sono messo per conto mio». Gli manca sempre qualcosa, lo sente, comincia a seguire l’arte contemporanea, si appassiona: la Biennale, il movimento Fluxus gli fa capire «cos’è  il brivido dell’intuizione, della svisata dalla regola». Vuole parlare con gli artisti. «Scrissi una lettera, la feci tradurre e la spedii a tutti quelli che ammiravo: tanti mi risposero. Christo mi mandava cartoline di continuo, quasi non ci credevo che fossero autentiche…».

Dagli Alajamo a Crippa, l'arte in cucina
Dagli Alajamo a Crippa, l'arte in cucina
Dagli Alajamo a Crippa, l'arte in cucina
Dagli Alajamo a Crippa, l'arte in cucina
Dagli Alajamo a Crippa, l'arte in cucina
Dagli Alajamo a Crippa, l'arte in cucina

Di quei rapporti, degli incontri speciali nella sua fornace Massimo conserva un segno, un disegno tracciato dai tanti nel registro di carico-scarico della cooperativa del latte diventato il libro degli ospiti. Ma la ricerca continua. «Nel ’91 ho seguito un master alla Domus Academy. Non capivo niente. “Sta’ tranquillo, tra qualche anno capirai”, mi disse Aldo Cibic. Ma io ero preoccupato. “Qui sono tutti architetti”, gli risposi. E lui, “stai ancora più tranquillo perché tu sai fare le cose, loro sanno a malapena tenere in mano una matita”». Nascono allora i rapporti con il mondo del design: sono i giovani usciti da Memphis come Matteo Thun, Aldo Cibic, Michele De Lucchi. Ma anche Andrea Branzi, Ron Arad, Marc Newson… insomma, tutto quello che oggi si definisce il gotha del design. Poi i rapporti con aziende. E gallerie, dalla Design Gallery di Milano alla Corraini di Mantova, con cui lavora da venticinque anni, e dove per fine anno tornerà con una mostra «dedicata alla fantasia», anticipa misterioso. «Saranno lavori a due mani con la ceramista Margherita Grasselli: “poesie” alte una quarantina di centimetri in refrattario e vetro».

È con gli Alajmo che Lunardon entra dalla porta principale nel mondo dell’alta ristorazione creando pezzi in esclusiva. «Ho cominciato con i bicchieri, poi le richieste si sono allargate e sono venuti i contenitori. Per esempio, quello per il cappuccino di seppia che ha la forma di una seppia». O le alzatine. «Quando fai una cosa per qualcuno in esclusiva, poi tutti te la chiedono», riflette. «Bisogna dare sempre una cosa che non ha nessuno. Non posso fare la copia di me stesso». Ma, dato che la fantasia non gli manca, Lunardon è da anni che sa come fare felice e stupire (prima di tutti se stesso) con nuove creazioni. Dei classici sono ormai il piatto per il crudo realizzato per Lionello Cera; le coppe per l’insalata 21-31-41 di Enrico Crippa, ad Alba; i portadolci per la piccola pasticceria di Enrico Bartolini: «Volevo sconvolgere, così ho fatto le formichine che portano le nocciole ricoperte; il bruco che porta il waferino. Non te li aspetti in un ristorante». Poi ancora, San Pietro, a Positano; Berton, a Milano; Cipriani… «Ho fatto la somma delle “stelle” che fornisco regolarmente solo in Italia. Sono arrivato a sessanta».
Pandemia, restrizioni e chiusure non hanno diminuito l’attività della fornace. Che anzi va come una locomotiva perché «gli ordini degli store che mi seguono da sempre sono cresciuti: Dior a Parigi; Conran a Londra; Bergdorf Goodman e Neiman Marcus a New York; Dolce&Gabbana, che hanno le mie cose per sé, hanno voluto i miei bicchieri nella loro Collezione Casa». Segnali eccellenti.

Testo di Paolo Lavezzari
Foto di Giacomo Bretzel

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